Piana Battolla

Piana Battolla prende nome da una famiglia che qui ebbe grandi possedimenti. Il moderno abitato si snoda sulla provinciale che la collega a Piano di Follo lungo la sponda destra del Vara, per condensarsi nel centro storico attorno alla ottocentesca Parrocchiale di Santa Maria Ausiliatrice edificata fra il 1824 e il 1869. Più tarda è la Cappella Battolla, che prende nome dall’antica famiglia nobiliare. Nel borgo troviamo poi l’antico Oratorio di San Rocco.

Conta 1400 abitanti occupati nei commerci e servizi e nella qualificata produzione di olio e vino della collina circostante, formata di ridenti frazioni, come l’antica Torrenco. Dispone di un’ area verde comunale, attrezzata a parco giochi e del campo di calcio del G.S. Olimpia, a undici e a sette illuminato.

Nel medioevo il paese era, come l’abitato di S. Martino a Piano di Follo, un importante punto di transito dei pellegrini provenienti dalla Francia che si recavano nella città Santa; ne fa fede la statua lignea del Patrono, S.Rocco, nell’Oratorio Parrocchiale. Patrono degli ospizi, dei malati e dei pellegrini, il Santo, nato a Montpellier, è rappresentato in costume di viandante, con sul petto la tradizionale conchiglia dei pellegrini.

Già dal 1800, Piana Battolla costituiva un centro dove il commercio era floridissimo, e dove gli abitanti dei borghi collinari scendevano per rifornirsi di derrate alimentari e di generi di prima necessità.

Sicuramente i primi abitanti del paese erano di origine “tivegnina”; ma la costruzione dell’ oratorio di San Rocco (1657) e l’ espansione della nobile e antica famiglia Battolla attirarono verso la pianura una sempre più grande popolazione.

Dopo varie diaspore, il 14 marzo 1820, il Vicario della Diocesi di Luni decretò il definitivo smembramento da Tivegna della Parrocchia di Piana Battolla, che contava allora più di 300 anime, tra le quali le famiglie di 13 dipendenti della Regia Dogana. Nel 1866 gli abitanti raggiunsero il “picco”di 520 anime, che si occupavano di commercio, di agricoltura e di piccolo artigianato.

La massima espansione del nucleo abitato è da datare intorno ai primi del ’900 quando la felice posizione sulla riva della Vara la fece diventare il punto nevralgico commerciale della vallata.

Vennero così costruiti la farmacia, il primo servizio di trasporto con uomini e cavalli, l’ ufficio postale e telegrafico. Poi venne la scuola (costruita “sasso per sasso” dagli abitanti utilizzando le pietre del fiume) ed il primo acquedotto civico.

Dopo la II guerra mondiale, lo sviluppo economico demografico e l’ edificazione di industrie, imprese e servizi, formano già la cronaca odierna, di cui fa parte l’ ormai mitica “sagra dell’ Asado”.

L’ Asado è un termine spagnolo che indica un tipo di carne cotta sulla brace a fuoco lento, alla maniera dei Gauchos argentini; usanza esportata dagli emigrati rientrati nel dopoguerra dopo anni di duro lavoro nell’ America Latina.

Per ottenere un effetto particolarmente gustoso va condita con una salsa misteriosa, il “Cimiciuri”. Un resoconto dei primi del ’900 tratto da una lettera di un emigrato spiega sapientemente il procedimento di cottura: “Per terra c’ era una grossa buca con dentro della brace…sui bordi della buca ci apogiamo una grada di ferro che pare quella che ci secano le castagne…poi ci metono dei grossi pezi di carne di scaramela di manzo con l’ osso dalla parte del disotto e la carne si volta e cuoce piano piano…”.

La Sagra, tra le più importanti della provincia, si tiene, con ballo, musica, gastronomia e vini tipici, pittori all’opera in piazzetta, il 16 agosto e nei giorni vicini, nell’ambito della Festività di San Rocco.

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